Nella casa antica dei La Gurna, presa in affitto da don Gesualdo Motta, s’aspettavano gli sposi. Davanti alla porta c’era un crocchio di monelli, che il ragazzo di Burgio, in qualità di parente, s’affannava a tener discosti, minacciandoli con una bacchettina; la scala sparsa di foglie d’arancio; un lume a quattro becchi posato sulla ringhiera del pianerottolo; e Brasi Camauro, con una cacciatora di panno blù, la camicia di bucato, gli stivali nuovi, che dava l’ultimo colpo di scopa nel portone imbiancato di fresco.
Don Luca il sagrestano andava spegnendo ad una ad una le candele dell’altar maggiore, con un ciuffetto d’erbe legato in cima alla canna, tenendo d’occhio nel tempo istesso una banda di monelli che irrompevano di tratto in tratto nella chiesa quasi deserta in quell’ora calda, inseguiti a male parole dal sagrestano.
Masi, il garzone, corse a svegliare don Gesualdo prima dell’alba, con una voce che faceva gelare il sangue nelle vene:
- Alzatevi, vossignoria; ch’è venuto il manovale da Fiumegrande e vuole parlarvi subito!…
- Da Fiumegrande?… a quest’ora?… – Mastro-don Gesualdo andava raccattando i panni tastoni, al buio, ancora assonnato, con un guazzabuglio nella testa. Tutt’a un tratto gridò:
Mentre i muratori si riparavano ancora dall’acquazzone dentro il frantoio di Giolio vasto quanto una chiesa facendo alle piastrelle, entrò il ragazzo che stava a guardia sull’uscio, addentando un pezzo di pane, colla bocca piena, vociando:
La signora Sganci aveva la casa piena di gente, venuta per vedere la processione del Santo patrono: c’erano dei lumi persino nella scala; i cinque balconi che mandavano fuoco e fiamma sulla piazza nera di popolo; don Giuseppe Barabba in gran livrea e coi guanti di cotone, che annunziava le visite.
Nella piazza, come videro passare don Diego Trao col cappello bisunto e la palandrana delle grandi occasioni, fu un avvenimento: – Ci volle il fuoco a farvi uscir di casa! – Il cugino Zacco voleva anche condurlo al Caffè dei Nobili: – Narrateci, dite come fu… – Il poveraccio si schermì alla meglio; per altro non era socio: poveri sì, ma i Trao non s’erano mai cavato il cappello a nessuno. Fece il giro lungo onde evitare la farmacia di Bomma, dove il dottor Tavuso sedeva in cattedra tutto il giorno; ma nel salire pel Condotto, rasente al muro, inciampò in quella linguaccia di Ciolla, ch’era sempre in cerca di scandali:
Suonava la messa dell’alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora della grossa, perchè era piovuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba. Tutt’a un tratto, nel silenzio, s’udì un rovinìo, la campanella squillante di Sant’Agata che chiamava aiuto, usci e finestre che sbattevano, la gente che scappava fuori in camicia, gridando: