04 aprile 2010 by Redazione Pubblicato in: Eva Tags:, Ancora nessun commento

Poscia, tenendosi allacciata a me come l’edera, nascondendo il suo capo nel mio seno, e parlandomi sottovoce, come vergognosa per quello che doveva dirmi:

«Non credi che ti amo?»

«Sì!»

«Temi che io possa ingannarti per un altro?»

«Oh, no!»

E chinando maggiormente la testa, e abbassando di più la voce, e abbracciandomi più strettamente:

«Perché quella domanda adunque?»

«Perché ti amo! Perché son geloso… in un altro modo.»

«Come?»

«Oh!… non lo so!… non te lo dirò mai!»

Tuttavia sembrò aver compreso, poiché allentò le braccia, non disse molto, e ricadde sul guanciale, nascondendovi il viso.

«Ascolta!» mi disse vivamente, afferrandomi per le mani, mentre era per partire. «Piuttosto che cessare di amarmi… quando lo vorrai… domandami quello che vuoi… Ti giuro che lo farò!»

«Non voglio che tu venga a teatro» mi avea detto altre volte.

«Perché?»

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«Perché… perché… È una fanciullaggine, lo so… ma se ti sapessi là… in mezzo a quella folla… ciò mi farebbe pena.»

Io le fui grato di cotesta delicatezza, e promisi, e un giorno, la sera della sua beneficiata, con la logica così strana del cuore umano, le domandai di sciogliermi dalla mia promessa. Ella mi guardò sorpresa.

«Perché?»

«Voglio vederti.»

«Non mi vedi adesso?»

«No! vederti là… a quel modo!…»

«Mi vestirò qui per te.»

«Oh, è tutt’altro!…»

Ella sorrise e mi disse: «Orgoglioso!»

«Orgoglioso?»

«Si, vuoi godere del tuo trionfo, e dire: Quella donna che tutti desiderano mi appartiene!»

«È vero… sì!»

«Ebbene,» soggiunse semplicemente, «dillo pure giacché è la verità.»

La sua cameriera l’attendeva per pettinarla; prima di lasciarmi ella mi disse, come risovvenendosi:

«Però mi prometterai di non essere geloso!»

Ahimè! prevedeva forse che avrei dovuto esserlo?

Non l’avevo più vista sul palcoscenico, e quando la rividi mi parve tutt’altra! Io comprendo come si possano fare quelle cose che si dicono pazzie – e sono brani di cuore strappato da penose voluttà, brani di ragione torturati dal delirio – per coteste donne che hanno un pubblico per amante, che ci sbattono sul viso tutte le seduzioni, inchiodandoci ad una poltrona d’orchestra, e che ci abbruciano gli occhi col lampo della loro bellezza, costringendoci ad affissarle avidamente. – Cotesta voluttà che s’inebbria di suoni, che abbaglia di luce, che sollecita con acri profumi, che vi fa ondeggiare dei veli dinanzi alla curiosità spasmodica, che ha il sorriso sfacciato, e la nudità pudica, che idealizza tutte le vostre più sensuali passioni, è mostruosa del pari, con tutte le cecità, con tutte le frenesie – e lo spasimo di sguazzarci dentro, le mani, i piedi, il petto, i capelli, di abbeverarsene, di affogarvi la coscienza, il cuore, il sentimento della vita, ha le medesime estasi inenarrabili, i medesimi splendori, le stesse torture, le stesse infamie… Se si potesse vedere in cuore ad uno di quei felici mortali, su cui passa il turbine di una tal passione, e che va invidiato dalla moltitudine!…

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Quella donna per cui gli applausi avevano fremiti di desiderio era mia, avea posato la testa sul mio guanciale; ma io non ci pensai che per essere geloso delle sue spalle nude, della trasparenza dei suoi veli, di quei cannocchiali che sembravano baciarla con lingue di fuoco, di quelle mani inguantate che mi sembrava accarezzassero le sue spalle.

Partii come un pazzo, assai prima che fosse terminato il ballo, ed andai ad attenderla in casa sua, arso di gelosia, di corruccio, di desiderio – spiegami tu questo contrasto. E allorché udii il suo passo leggiero per le scale, allorché me la vidi comparire dinanzi ancora ansante, allegra, ridente, colle guance rosse e gli occhi brillanti di giubilo, me le gettai al collo, stringendola freneticamente come se temessi di vedermela strappare dalle braccia. Ella credette che fosse l’entusiasmo destatomi dal suo trionfo!

«Oh! come son contenta che tu sia stato lì!» mi disse senza scorgere il male orribile che mi facevano quelle parole. «Fu un vero entusiasmo, non è vero? Vedi quanti fiori!»

E si pavoneggiava ingenuamente in mezzo agli enormi mazzi che il domestico aveva portato in sala. Io dovevo avere l’aria orribilmente stralunata; ma ella era così compresa della gioia del suo trionfo che non se ne avvide. Si aggirava intorno alla stanza con movimenti bruschi, vivi, quasi serpentini. Si mirava nello specchio, mi abbracciava e mi baciava, come baciava quei fiori, per sfogare la sua contentezza.

«Quanto sono felice, mio Dio!» esclamava, senza avvedersi che egoismo c’era nella sua felicità.

Suonarono il campanello. Eravamo nel salotto; ella mi prese per mano, e mi fece entrare nella sua camera. «Aspettami qui» mi disse.

«È inutile, giacché me ne vado.»

«Te ne vai! E perché?»

«Avrete molte visite… È la vostra festa…»

«È vero!» disse tutta giuliva.

«Vedete che mi rassegno anch’io…»

Ella mi guardò in volto con sorpresa.

«Fai il broncio alla mia contentezza? Uh, brutto!»

«No.»

«Davvero?»

«Davvero.»

«Domani dunque?»

«A domani.»

«Buona sera»

Io non risposi; ella non se ne accorse. Era impaziente, tutta commossa di gioia, si contentava facilmente della mia affermazione, e non mi leggeva nulla in cuore.

Partii con tal corruccio in cuore che mi sembrava di odiarla. Quando fui istrada piansi come un bambino. E il giorno appresso, dopo una notte di collera, di gelosia, e d’amore, appena furono le dieci corsi da lei.

Avevo bisogno di vederla, di vedere i suoi occhi chiusi, di vederla dormire, e di sognare ancora le dolci notti di abbandono e d’amore. Avevo bisogno di schiudere le sue cortine, e di vedere il sorriso incerto di quelle labbra vermiglie ancora tiepide del respiro notturno, e quegli occhi ancora socchiusi che cercavano i miei. Entrai nella sua camera in punta di piedi, ma trovai ch’era già alzata, e che leggeva una lettera accanto al caminetto.

Vedendomi entrare all’improvviso, si scosse bruscamente, come sorpresa, e fece un movimento istintivo e impercettibile quasi per nascondere la lettera che stava leggendo. Non fu che un lampo, ma bastò al mio occhio acutamente sospettoso. Si alzò, venne a gettarmi le braccia al collo, e mi disse con effusione:

«Ah! bravo! Mi hai fatto un gran bene!»

E gettò la lettera con tutta naturalezza sul marmo del caminetto.

«Perché?» io le dissi.

«Ieri sera mi lasciasti in tal modo! Vedi, ero così commossa che non mi avvidi che partivi in collera. Tu sei più buono di me… Ci ho pensato tutta la notte… Sei ancora in collera?»

«Oh, no!»

«Ma perché eri in collera? che ti avevo fatto?»

Io chinai la testa senza rispondere.

«Vedi», soggiunse, «se io avevo ragione di temere quello ch’è avvenuto! Ho più giudizio di te, io, o piuttosto t’amo di più.»

Mi prese per mano e mi fece sedere accanto al fuoco.

«Come sei pallido!» mi disse. «Non hai dormito stanotte?»

«No.»

«Caro! caro! caro!» esclamò con trasporto infantile baciandomi in fronte.

Indi con improvvisa e ingenua vivacità:

«Vedi, io t’amo per questo! T’amo perché mi ami così, perché sei matto, perché sei geloso, perché sei ingiusto e cattivo. Mi piaci così, ecco!»

In questo momento sorprese i miei occhi che involontariamente si fissavano sulla lettera, e credette forse che la mia curiosità fosse rivolta a un braccialetto ch’era anch’esso sul marmo del camino, accanto alla lettera.

«Ti piace quel braccialetto?» mi disse prendendolo in mano onde prevenire i sospetti che credeva scorgere in me.

«Non l’avevo visto.»

«Ah!» esclamò sconcertata.

Aprì e richiuse due o tre volte la busta di velluto, facendo scintillare i raggi delle gemme, e soggiunse per riprendere un certo contegno, o per disarmarmi colla franchezza:

«È un regalo per la mia beneficiata.»

«Oh!»

«È bello, non è vero?»

Io, che avevo la testa a tutt’altro, risposi: «Bellissimo.»

«È di gran valore.»

«Varrà per lo meno duecento lire.»

«Oh!» esclamò Eva, dimenticando a quella mia ingenua scappata tutte le sue preoccupazioni in una schietta risata. «Ne vale almeno duemila!»

Ebbene, francamente, io fui umiliato della mia ignoranza sul valore delle gemme.

«A che pensi?» ella domandò con una certa inquietudine.

«Penso che sono ben fortunati coloro che possono offrire regali di duemila lire.»

«Tu mi dai il tuo amore che vale assai di più!»

Io sorrisi amaramente.

Si parlò un po’ di tutto, ora seri, ora innamorati, ora quasi giulivi. Ad un tratto, le gettai fra i piedi questa domanda, che la fece trasalire, tanto era fatta bruscamente:

«Chi t’ha regalato quel gioiello?»

Ella rispose con la maggior franchezza. «Il conte Silvani. Saresti geloso di lui?» soggiunse vedendo che m’ero fatto serio.

«Oh, avrei torto!»

«E avresti torto davvero!» esclamò essa con tale accento dignitoso che mi umiliò.

«Oh, Eva, perdonami!» esclamai quasi fuori di me, «Io m’avvengo che sono ingiusto e cattivo! Faccio dispetto a me stesso!… Ma son geloso! orribilmente geloso!»

Per tutta risposta ella mi dette un bacio.

«Perché non hai rimandato quel braccialetto?» le domandai dolcemente.

Ella mi guardò con tanto d’occhi spalancati, come se stentasse a capire il significato delle mie parole.

«Come, rimandarlo? Ma vuol dire rifiutarlo!»

«Sì, rifiutarlo.»

Quel rifiuto sconcertava tutti i suoi principi sinceramente e francamente accettati da tanto tempo.

«Ma non si usa in teatro!» mi disse sorridendomi come si fa ad un bambino che ha detto una sciocchezza.

«Ah!» sogghignai. «Credevo che ci fosse della dignità anche fra le persone del teatro!»

«Ma, mio caro, è un altro genere di dignità. C’è l’uso di far dei regali agli artisti in occasione delle loro beneficiate, e ciò non ha nulla di umiliante pel loro amor proprio. Perché ridi?»

«Rido perché sono uno sciocco, un provincialetto, perché non so tutte coteste cose, e soprattutto perché non oserei mai offrire un regalo simile ad una signora per bene… senza temere di farmi rosso in viso, o di farmi gettar dalla finestra dai suoi domestici.»

«Ma un’artista non è una duchessa, mio caro! te l’ho già detto.»

E ci metteva tanto candore che avrebbe disarmato tutt’altro risentimento che non fosse stato il mio.

Andavo su e giù per la stanza, ed ella mi teneva dietro con gli occhi, tenera, amorosa, quasi timida – ella che era così orgogliosa! Io sentivo quello sguardo attaccato su di me, e sentivo che cercava il mio, che vinceva la mia collera, e m’irritava. Improvvisamente mi arrestai dinanzi al camino, soverchiato dal fascino mordente che quella lettera esercitava da un’ora su di me, e la presi in mano. Ella trasalì, ma non si mosse.

«Entrando ho interrotto la tua lettura»; le dissi, e le porsi la lettera.

Ella la prese vivamente.

«Oh, nulla d’importante.»

«Ebbene, leggila pure.»

«L’avevo già letta», e con un gesto naturalissimo la buttò nel camino.

Io non seppi dominare un movimento come per buttarmi sul fuoco.

«Chi ti scrive?» le domandai facendomi rosso in volto.

«Il conte Silvani.»

«Ah!»

«Mi pare che la mia franchezza dovrebbe disarmare i tuoi pazzi sospetti!»

«Tanto più che adesso devo contentarmi della franchezza!» le dissi amaramente, additando il foglio che ardeva.

«Oh!» esclamò ella celandosi il viso fra le mani. «Oh!»

Sentivo montarmi alla testa dei caldi soffi di collera selvaggia. Ella rimase un istante in silenzio, col viso rosso di vergogna, poi esclamò: «Siete pazzo!»

«Avete ragione!» le dissi mettendo tutta la mia amarezza in un sorriso; e aspettai che mi rispondesse qualche cosa per sfogarmi di tutti i sarcasmi che mi bollivano in seno.

Ella non mi diceva più nulla; attizzava il fuoco colle molle e aveva l’aria severa.

«Quella lettera naturalmente accompagnava quel gioiello!» ripresi dopo un lungo silenzio, poiché sentivo il bisogno ch’ella dicesse qualcosa.

«Sì» rispose seccamente.

Allora, irritato di tanta calma, le domandai bruscamente:

«Perché l’avete bruciata?»

«Perché non vi riguardava.»

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