E rimase immobile, guardando lungamente al di fuori.
A un tratto si volse verso di me, e mi disse quasi bruscamente:
«Perché non siete venuto a trovarmi?»
Ero imbarazzato a rispondere, ed ella seguitò, senza attendere la mia risposta:
«Siete poeta?»
«No, sono pittore.»
«È lo stesso, siete artista!» mormorò, e mi affissò a lungo coi suoi grand’occhi lucenti; così a lungo che il mio imbarazzo si faceva visibile. «Voi non mi avete trovato più così bella, da vicino!…» esclamò con tutta naturalezza, rompendo improvvisamente quel silenzio che mi sembrava eterno, benché non durasse da due secondi. «Oh, non mi dite nulla!…» soggiunse con un grazioso movimento del capo. «È così!»
E si tacque nuovamente, guardò al di fuori, si passò a più riprese le mani su quei ricci ribelli, e di quando in quando mi affissava sempre con quello sguardo insistente.
«Di dove siete?» mi domandò.
«Son siciliano.»
«È assai lontana la Sicilia?»
«Sì.»
«Più lontana di Napoli?»
«Sì.»
«Avete visto il San Carlo di Napoli?»
«No.»
«Io ci andrò forse in dicembre.»
Era una conversazione bizzarra, in cui le parole avevano tutt’altro significato, e nell’accento della voce erravano certi suoni che ricercavano le più intime fibre del cuore.
«È vero che i siciliani sieno gelosi?» mi domandò dopo qualche istante.
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«Né più né meno degli altri.»
«Voi non siete geloso?»
«Non lo sono mai stato.»
«Non avete mai amato?»
«No.»
«Giammai?»
«Giammai.»Mi affissò alcuni istanti e riprese:
«Siete innamorato dell’arte vostra?»
«Sì.»
«Come di una donna?»
«Come di una donna.»
«Come lo sapete se non avete mai provato l’amore della donna?»
Parve sorpresa ella stessa della sua scappata, e soggiunse, quasi per non darmi il tempo di rispondere:
«Come siete fatti voi altri artisti!»
Nuovo silenzio, oscillante di vibrazioni arcane, e pieno di turbamenti misteriosi.
«Ho conosciuto molta gente, ma non un artista» soggiunse. «Dicono che sono così matti! Vi ho guardato con curiosità per questo. Ve ne siete accorto?»
«Sì.»
«Ma non ho visto nulla! Vi credo troppo superbi per lasciarvi scorgere… Avrei una grande curiosità di leggervi in cuore le vostre stranezze. Vi guardo quasi come un animale curioso.»
E rideva schietta, ingenua, scoprendo i suoi piccoli denti, bianchi e lucidi.
«Quasi vi faccio paura?» le dissi ridendo.
«No!… no!…» rispose stringendomi la mano. «Siete stato così buono verso di me!»
Sembrò esitare qualche istante, e all’improvviso mi disse con vivacità:
«Ditemelo francamente: voi altri non vi montate la testa da per voi quando pensate tante belle cose di una donna?»
«No.»
«Davvero?»
«Davvero.»
«Ah, com’è bello quello che avete scritto di me!» esclamò battendo le mani con aria infantile. «M’ha fatto tanto piacere!»
La sua vanità era così sincera, così ingenua, direi, ch’era quasi commovente. Abbandonava fra le mie la sua mano senza guanto, quella piccola mano affilata, tiepida, colla pelle fine come il raso.
«Che sciocca sono stata a farmi vedere da voi tra le scene!» soggiunse. «Non me lo sono mai perdonato! La colpa è mia. Vi ho letto in cuore come su di un libro aperto…»
Mi strinse la mano, per proibirmi di rispondere; mise la testa fuori lo sportello e soggiunse come parlando a se stessa:
«Rincresce davvero l’aver sciupate certe illusioni… Anche delle illusioni!…»
«Guardate!» esclamò con infantile vivacità poco dopo, tirandomi per la mano. «Guardate com’è bello!»
Misi anch’io la testa fuori dello sportello. Il legno correva pei deliziosi viali dei Colli. L’alito di lei mi sfiorò il viso, e un brusco movimento della carrozza spinse il suo volto sul mio.
«Oh!» esclamò sorridendo e arrossendo, e buttandosi vivamente indietro. «Che bella sera! Vogliamo scendere?»
Saltò a terra leggiera come un uccelletto, e siccome la notte era freddina, si strinse al mio braccio.
«Che bel freddo!» esclamò ridendo e rabbrividendo con tanta grazia che mi comunicò il brivido delle sue membra. «Corriamo!»
E corremmo come due fanciulli, ella posando appena i suoi piedini sul suolo, compiacendosi del fruscio della sua veste, e tirandosi sul viso il mantello che il vento gonfiava.
«Oh, com’è bello!» esclamava quando non tremava dal freddo. «Oh! che bella sera!»
Quando fummo di nuovo in carrozza ella chiuse tutti i cristalli, e si rannicchiò in un angolo del legno tremando e ridendo a sbalzi: «Accostatevi di più» mi disse; «ho freddo.»
Le misi un cuscino sotto i piedi, e il paletò sui ginocchi.
«Ma voi avrete freddo!» diss’ella. «Facciamo a metà.»
Tirò indietro i suoi piedini, e gettò sulle mie spalle metà del suo mantello di velluto.
«Eccovi metà del manicotto,» soggiunse.«Avete le mani gelate! Che piccole mani che avete, signore!»
E poscia con un sospiro tutto gaio: «Ah come si sta bene così!»
Sentivo il suo corpicino delicato, tremante, raggomitolato in un cantuccio, e che mi mandava sul viso il suo alito tiepido e profumato.
«Che avete che non parlate?» mi disse dopo un breve silenzio.
«Nulla.»
«Siete contento di questa passeggiata?»
«Sì.»
«Anch’io!» esclamò, e un istante dopo, con quella sua bizzarra mobilità di pensiero: «Fate anche dei ritratti?»
«Sì.»
«Volete fare il mio?»
«Mi farete bella?»
«Come siete.»
«Vi piaccio?»
«Assai!»
«Anche voi mi piacete.»
Tutto ciò con tal franchezza e tal semplicità come se fossimo fratello e sorella, o forse la cosa più naturale di questo mondo.
«Ebbene, che fate adesso?» mi disse vedendomi sedere di faccia a lei.
«Ho bisogno di guardarvi in faccia!…»
Ella sorrise dolcemente, con quello stesso sorriso di piena e schietta ingenuità, piegò la testa all’indietro, socchiuse gli occhi, schiuse le labbra senza far motto.
E piovvero da tutta la sua persona su di me le sue emanazioni inebbrianti.
Poscia scoppiò a ridere allegramente: «Oh! che matti! che matti!… ma pure è una gran felicità esser matti di tanto in tanto!… Quanta noia in tutto il resto!»
«Anche il teatro?» domandai.
«Oh, soprattutto il teatro.»
«Allora perché non lo lasciate?»
Ella mi guardò sorpresa, con quei suoi grand’occhi spalancati da bambina, e mi disse ingenuamente:
«Ma è il mio mestiere, signore!»
«Ah!»
«E poi ci sono anche dei bei momenti.»
«Gli applausi?»
«Sì… in mezzo a tutti quei lumi, e quella musica, e quegli entusiasmi… e si sente bella…»
«Si sente?»
«Sì, proprio! Da principio anche cotesto fa una certa paura… a trovarsi così bella e così poco vestita sotto tutti quegli occhialetti che luccicano… È qualcosa che fa piacere e fa soffrire. Poscia quei sorrisi, quegli occhi, quelle grida, quelle mani inguantate che si sporgono fuori dei palchi, montano alla testa come una febbre… E poi c’è anche una grande soddisfazione d’amor proprio.»
«Quale?»
«Quelle di sentirci dire da tanti signori eleganti che siamo più belle di quelle gran dame superbe che ci guardano sdegnosamente come cagnolini ammaestrati.»
«Ah! le visite sul palcoscenico?»
«Sì, e anche in casa.»
«Vi piacciono?»
«Sì, ce ne sono di quelle che piacciono»
Diceva tutto questo guardandomi tranquillamente negli occhi, con una grand’aria di semplicità e di naturalezza.
«Che cosa avete che non dite più nulla?»
«Proprio nulla.»
«Vi dispiace che vi abbia detto queste cose?»
«Oh, no!»
«Poiché fra le visite che mi piacciono c’è anche la vostra. È vero che non me ne avete fatte, ma me ne farete.»
«Oh, no.»
«Come no?! Perché?»
Ella aspettò lungamente la mia risposta, e riprese con la voce dolce ed il fare insinuante di un bambino che teme di aver torto:
«Ma se chiudo la porta in faccia a tutti quei signori sarò fischiata… E allora a voi per primo non sembrerò più bella…»
C’era una sincerità, tale accento di verità nella sua voce, che non seppi che cosa rispondere a quell’osservazione di cui la cruda verità mi spezzava il cuore. Anche lei s’era fatta pensosa, e teneva il capo chino fra le mani.
La carrozza si fermò. Essa mise fuori il capo dallo sportello e mormorò: «Diggià!»
«Volete tirare il campanello del primo piano?» mi disse.
Al primo piano c’erano le finestre illuminate.
«C’è gente da voi!»
«Sì,» mi rispose semplicemente e prese la mia mano.
Si era fatta improvvisamente triste. Erano le due del mattino; la carrozza era partita; la strada era deserta e vivamente rischiarata dalla luna. Eravamo soli, davanti a quella porta, come un commesso ed una sartina che fanno all’amore di nascosto.
«Verrete a trovami?» domandò.
«Forse.»
«Perché forse? Non potete promettermelo?»
«Temerei di mancare.»
«Ah! temete diggià di mancare!»
Mi scosse la mano, dopo un breve silenzio, e ripeté con voce quasi supplichevole:
«Venite a trovarmi!»
«Verrò.»
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