«Ah! davvero? E come lo sai?» disse il conte con uno sforzo d’audacia, perché era imbarazzato egli medesimo del suo silenzio.
Enrico appoggiò ambe le mani sul marmo del tavolino, si chinò verso di lui sin quasi a soffiargli in faccia le parole, e rispose lentamente:
«Lo so, perché sono stato l’amante della tua amante.»
Nell’occhio del conte passò un lampo, e le sue labbra si contrassero sforzandosi di sorridere ancora. Sembrò ondeggiare un istante sul partito da prendere, e istintivamente volse attorno uno sguardo furtivo e lo fermò su di Eva. Ella era pallidissima, avea le labbra livide e l’occhio smarrito quasi stesse per svenire. Tutti quegli occhi che si fissavano sul conte sembrarono raddoppiare il sangue freddo di lui. Egli esitò un solo momento; poi alzò il bicchiere ricolmo all’altezza del naso di Enrico ed esclamò:
Avevo anche preoccupazioni lugubri. Pensavo alle ore che mi rimanevano ancora di vita e alle sofferenze che dovevano accompagnare tal genere di morte, come per conciliarmi con quell’idea. Non osavo uscir di casa, non ne avrei avuto la forza, e sembravami che tutti dovessero leggermi in viso la fame. Avevo ancora dell’orgoglio!
L’aria era frizzante. Dalla finestra vedevo la gente andar lesta, certuni avevano la cera sorridente: molti una tranquilla spensieratezza; tutti erano certi di trovare a casa il desinare. Vedevo i camini che fumavano, e, attraverso i vetri delle finestre di faccia alla mia, donne affaccendate e fumo di vivande. Vedevo tutto ciò con una dolorosa lucidità di mente, e fermavo il mio pensiero in mezzo a tante domestiche felicità, che vedevo o che indovinavo, con una penosa voluttà; e domandavo a me stesso, con immenso sconforto, se fosse possibile che tutta quella gente felice potesse credere che a venti passi c’era un uomo che moriva di fame.
Perdei la testa: «È vero;» le dissi, «io non posso farvi dei regali di duemila lire!»
Ella si rizzò come se l’avessi morsa al cuore, pallida, con certe lagrime ardenti negli occhi, e mi disse con un accento che non dimenticherò giammai:
«Adesso siete più che ingiusto e più che cattivo!»
C’era tanta collera nel mio cuore che non ne fui scosso. Rimasi com’ero, appoggiato al caminetto, duro, pallido, fosco. Ella fece due o tre giri per la camera, asciugandosi dispettosamente le lagrime; poi venne a me all’improvviso; prese le mie mani, e mi fissò in volto i suoi occhi lagrimosi.
«M’avete fatto molto male!» mi disse. «M’avete detto quello che nessuno m’ha detto; mi avete rinfacciata la mia condizione come io sentivo di meritarmi, ma come nessuno osava dirmelo… Ora che volete che io faccia?»
Poscia, tenendosi allacciata a me come l’edera, nascondendo il suo capo nel mio seno, e parlandomi sottovoce, come vergognosa per quello che doveva dirmi:
«Non credi che ti amo?»
«Sì!»
«Temi che io possa ingannarti per un altro?»
«Oh, no!»
«Starò a guardare le tue finestre dalla via, e ti vedrò dormire.»
Ella sorrise in modo inesprimibile, e mi avventò un bacio come un morso.
«Birbone!»
Scostò colle sue mani i capelli dalla mia fronte; mi guardò con certi lampi abbaglianti negli occhi – mi guardò a lungo così, tenendomi la fronte fra le mani – e poscia, come rispondendo a se stessa:
E rimase immobile, guardando lungamente al di fuori.
A un tratto si volse verso di me, e mi disse quasi bruscamente:
«Perché non siete venuto a trovarmi?»
Ero imbarazzato a rispondere, ed ella seguitò, senza attendere la mia risposta:
«Siete poeta?»
«No, sono pittore.»
«È lo stesso, siete artista!» mormorò, e mi affissò a lungo coi suoi grand’occhi lucenti; così a lungo che il mio imbarazzo si faceva visibile. «Voi non mi avete trovato più così bella, da vicino!…» esclamò con tutta naturalezza, rompendo improvvisamente quel silenzio che mi sembrava eterno, benché non durasse da due secondi. «Oh, non mi dite nulla!…» soggiunse con un grazioso movimento del capo. «È così!»
«Ah! bravo così! Domani?»
«Domani.»
«Verrete a prendermi dopo il ballo?»
«Se lo volete…»
«Ma non lo voglio! Mi fareste un piacere, ecco!»
«Ebbene, sì!»
«Arrivederci, dunque.»
E scomparve nell’andito. Avevo fatto una ventina di passi quando udii che mi chiamava per nome. Era la prima volta che udivo il mio nome in bocca sua, e mi parve che mi mescolasse tutto il sangue. Mi volsi – era ancora sulla soglia – e la luna l’irradiava tutta.
«Non voglio della tua compassione!» mi disse bruscamente.
Poscia, come pentito, e stringendomi la mano:
«Se tu sapessi come mi sento spregevole e vile!… come mi disprezzo! Dimmi,» soggiunse dopo una breve esitazione, piantandomi in volto due occhi luccicanti come quelli di un pazzo, «voglio domandarne a te che ti occupi di coteste orribile malattie… Dimmi come possono farsi di tali cose per una donna che si disprezza, che si odia… Dimmi come pur sputandole in faccia tutto quest’odio e questo disprezzo si possa morire per lei, si possa sacrificarle l’onore, la vita, la famiglia, la giovinezza, l’arte, tutte le cose che sorridono e che si amano, per abbeverarsi del fiele dell’amore di lei… Dimmi come accada tutto ciò…E dimmi che nei miei panni tu avresti fatto come me, e saresti vile e spregevole del pari!…Oh dimmi questo!…ché mi sembra di impazzire!…Vuoi che io ti narri questa storia…vuoi?…»
Eccovi una narrazione – sogno o storia poco importa – ma vera, com’è stata e come potrebbe essere, senza retorica e senza ipocrisie. Voi ci troverete qualcosa di voi, che vi appartiene, che è frutto delle vostre passioni, e se sentite di dover chiudere il libro allorché si avvicina vostra figlia – voi che non osate scoprirvi il seno dinanzi a lei se non alla presenza di duemila spettatori e alla luce del gas, o voi che, pur lacerando i guanti nell’applaudire le ballerine, avete il buon senso di supporre che ella non scorga scintillare l’ardore dei vostri desideri nelle lenti del vostro occhialetto – tanto meglio per voi, che rispettate ancora qualche cosa.
Eva è scritto e pubblicato nel 1873 a Milano dall’editore Treves.
In questo tipico romanzo “di transizione” il Verga giunse, forse involontariamente, a simboleggiare, nelle figure dei due protagonisti, il contrasto tra due mentalità e tra due opposte formule d’arte. Il Lanti è l’artista, romantico, pieno di slanci ideali e fiducioso in un’idea di arte totalmente appagante che diviene l’unica ragione di vita; tesi questa sostenuta e condivisa dal movimento degli Scapigliati.
Eva è invece personaggio più legato al realismo prosaico della nuova società industriale, che sostiene e ostenta apertamente il valore del denaro, del divertimento, del lusso esibito, senza il pudore che una società contadina – come quella da cui proviene il Lanti - ha ancora per l’autenticità dei sentimenti.